Meglio un sorriso perfetto o “globalizzzato” oppure con qualche difetto ma personale?

Kant e la sua Critica del Giudizio: “Un volto perfettamente regolare, quale un pittore potrebbe desiderare d’avere per modello, ordinariamente non esprime niente, non avendo nulla di caratteristico: esprime piuttosto l’idea della specie [umana] che il carattere di una persona”.

La bellezza di un volto non risiede quindi nelle proporzioni esatte, nella così detta “regola aurea” ma nel carattere che esprime l’individualità di una persona. Ignorando il proprio condizionamento subliminale, il paziente fisserà spesso la richiesta del trattamento odontoiatrico ai canoni della moda del momento. Là dove si presentano difetti evidenti esistono margini di correzione tuttavia, come suggerisce Deli, “il trattamento non può mirare alla perfezione. Tra tutti gli oggetti del mondo, l’uomo è il solo capace dell’ideale della bellezza, come la sola intelligenza dell’umanità è capace di nutrire l’ideale di perfezione“.

L’ideale di bellezza può essere auspicato dal paziente e intravisto dallo specialista che tenta di conseguirlo con tecnica ed intuizione. La prima consistente nell’applicare al caso specifico procedure conosciute con opportune variazioni e su cui si gioca il risultato, mentre la seconda è una facoltà che anticipa in un’immagine mentale la forma in cui costringere la materia. Proprio come uno scultore che dinanzi al blocco di marmo, intravvede la statua. La comunità umana può raggiungere la perfezione non certo nell’estetica ma nella morale, auspicava Kant. Sul piano individuale l’organismo vivente è già di per sé un miracolo di perfezione cui l’uomo non potrà aggiungere nulla.

Quali sono le ipotesi a sostegno di una correlazione tra malattia parodontale e malattia cardiovascolare?

Dati biochimici e di biologia cellulare supportano l’affermazione che “l’infiammazione è coinvolta in tutti gli stadi dello sviluppo dell’aterosclerosi”. In condizioni fisiologiche, l’endotelio svolge un ruolo chiave contribuendo all’omeostasi vascolare attraverso il controllo sull’attività piastrinica, sulla coagulazione e sul sistema ibrinolitico, il controllo della crescita delle cellule muscolari lisce, il controllo attivo della permeabilità vascolare nonché il mantenimento di una supericie non adesiva per i leucociti circolanti. Tuttavia, in risposta a stimoli perduranti come uno stato iniammatorio cronico, l’endotelio può andare incontro a disfunzione. L’infiammazione parodontale protratta nel tempo potrebbe essere uno degli eventi scatenanti l’attivazione/disfunzione endoteliale attraverso tre meccanismi: 1) disseminazione sistemica di batteri parodontopatogeni o di prodotti batterici nel circolo ematico; 2) rilascio nel circolo sanguigno di un’elevata concentrazione di mediatori dell’iniammazione; 3) attivazione di una risposta autoimmunitaria indotta da mimetismo molecolare, ovvero a causa dell’elevata somiglianza tra peptidi antigeni di origine batterica e le proteine umane HPS (Heat Shock Proteins).
Un’ulteriore ipotesi riguarda la possibilità che la parodontite possa indurre uno stato di dislipidemia, in quanto numerosi studi clinici hanno rilevato elevati livelli sierici di colesterolo in individui affetti da parodontite cronica, che indurrebbero un’alterazione del proilo lipidico e, conseguentemente, la possibilità di formazione della placca aterosclerotica.

 

Dental Tribune Italian Edition – Luglio+Agosto 2017

Nessuna alleanza terapeutica se il paziente non diventa a sua volta responsabile della cura

Il tema dell’alleanza terapeutica, nel contesto della relazione odontoiatra-paziente, è stato focalizzato di recente in un evento formativo tenutosi a Rubano (Padova) dal titolo “Alleanza terapeutica: il ruolo della comunicazione”. Mutuato dalla psicoanalisi nord-americana degli anni Sessanta, il termine sembra applicarsi con successo al filo conduttore del rapporto medico-paziente che mira a una comunicazione ispirata ad una tutela della salute costituzionalmente garantita.
Elemento fondamentale di tale comunicazione è la chiarezza espositiva, adeguata alle facoltà di comprensione del paziente e ispirata
dall’onestà intellettuale del professionista, finalizzata a illustrare la soluzione tecnica ottimale per il paziente, tenendo conto delle sue
necessità di cura e sempre connotata da un’empatia che deve colmare – per quanto possibile – l’inevitabile asimmetria culturale con il medico.
“Alleanza”, tuttavia, è anche altro. Il paziente che, da un lato, acquisisce la maturità culturale che gli permette di operare scelte più consapevoli nella gestione della propria salute, assume in contemporanea anche una sua competenza per conservarla. Sorge quindi il concetto di “dovere” alla salute (non solo diritto), che lo qualifica modernamente come soggetto attento al suo mantenimento, oltre le norme di legge che lo tutelano (divieto di fumo, limitazioni di alcolici alla guida, sistemi di protezione passivi sui veicoli a motori, vaccinazioni ecc.). Considerato quindi come protagonista, non solo soggetto passivo. In altre parole, un alleato dell’operatore sanitario, che sul proprio versante si occupa di fornire i mezzi tecnici necessari. Questa interpretazione completa il concetto di alleanza, richiamando il cittadino ad un’autotutela consapevole: l’osservanza delle prescrizioni di cura, dei controlli e di quanto sia utile all’attuazione di un programma di
cura che è condotto dal sanitario, ma portato a compimento dal paziente per quanto di sua competenza.
Un’osservazione: “responsabilità” è una parola per motivi storico-culturali poco sentita nella nostra società, se non come fattore sgradevole,
meglio se traslato su altri. Ma in un complesso socialmente organizzato, “gli altri” siamo noi, e lo scarico della responsabilità, portato agli ultimi termini, si risolve in un danno per l’intera collettività. Dal momento che la salute è comunque anche un bene personale, è ancor più giustificato che il cittadino assuma nei confronti di se stesso e delle persone di cui deve affettivamente e legalmente rispondere, una responsabilità gestionale a compimento dell’alleanza.
In sintesi, se è vero che il cittadino si è evoluto socio-culturalmente, lo è altrettanto ora che è sufficientemente maturo per prendere su di sé una quota di responsabilità nella gestione della propria salute, a conferma del passaggio da una dipendenza adolescenziale a una matura consapevolezza del proprio ruolo nella relazione medico-paziente.
Dario Betti

 

Personalmente reputo fondamentale una chiara esposizione al paziente per informarlo sulle sue necessità terapeutiche, sulle procedure che verranno applicate e sui materiali che verranno usati. Non penso che il medico abbia la responsibilità di far aumentare la “maturità culturale” del paziente tantomeno di ostentare la sua usando paroloni inutili. Chiarezza e onestà innanzitutto. Il discorso dell’alleanza porta il paziente a condividere il concetto di chiarezza e onestà per quanto gli compete, assumendo per se non solo il diritto alla salute, ma anche il dovere alla salute. La responsabilità che si chiede al paziente purtroppo è poco sentita nel nostro paese, dove si cerca spesso e volentieri la responasbilità negli altri.

 

Fabio Vernini