Meglio un sorriso perfetto o “globalizzzato” oppure con qualche difetto ma personale?

Kant e la sua Critica del Giudizio: “Un volto perfettamente regolare, quale un pittore potrebbe desiderare d’avere per modello, ordinariamente non esprime niente, non avendo nulla di caratteristico: esprime piuttosto l’idea della specie [umana] che il carattere di una persona”.

La bellezza di un volto non risiede quindi nelle proporzioni esatte, nella così detta “regola aurea” ma nel carattere che esprime l’individualità di una persona. Ignorando il proprio condizionamento subliminale, il paziente fisserà spesso la richiesta del trattamento odontoiatrico ai canoni della moda del momento. Là dove si presentano difetti evidenti esistono margini di correzione tuttavia, come suggerisce Deli, “il trattamento non può mirare alla perfezione. Tra tutti gli oggetti del mondo, l’uomo è il solo capace dell’ideale della bellezza, come la sola intelligenza dell’umanità è capace di nutrire l’ideale di perfezione“.

L’ideale di bellezza può essere auspicato dal paziente e intravisto dallo specialista che tenta di conseguirlo con tecnica ed intuizione. La prima consistente nell’applicare al caso specifico procedure conosciute con opportune variazioni e su cui si gioca il risultato, mentre la seconda è una facoltà che anticipa in un’immagine mentale la forma in cui costringere la materia. Proprio come uno scultore che dinanzi al blocco di marmo, intravvede la statua. La comunità umana può raggiungere la perfezione non certo nell’estetica ma nella morale, auspicava Kant. Sul piano individuale l’organismo vivente è già di per sé un miracolo di perfezione cui l’uomo non potrà aggiungere nulla.

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