Nessuna alleanza terapeutica se il paziente non diventa a sua volta responsabile della cura

Il tema dell’alleanza terapeutica, nel contesto della relazione odontoiatra-paziente, è stato focalizzato di recente in un evento formativo tenutosi a Rubano (Padova) dal titolo “Alleanza terapeutica: il ruolo della comunicazione”. Mutuato dalla psicoanalisi nord-americana degli anni Sessanta, il termine sembra applicarsi con successo al filo conduttore del rapporto medico-paziente che mira a una comunicazione ispirata ad una tutela della salute costituzionalmente garantita.
Elemento fondamentale di tale comunicazione è la chiarezza espositiva, adeguata alle facoltà di comprensione del paziente e ispirata
dall’onestà intellettuale del professionista, finalizzata a illustrare la soluzione tecnica ottimale per il paziente, tenendo conto delle sue
necessità di cura e sempre connotata da un’empatia che deve colmare – per quanto possibile – l’inevitabile asimmetria culturale con il medico.
“Alleanza”, tuttavia, è anche altro. Il paziente che, da un lato, acquisisce la maturità culturale che gli permette di operare scelte più consapevoli nella gestione della propria salute, assume in contemporanea anche una sua competenza per conservarla. Sorge quindi il concetto di “dovere” alla salute (non solo diritto), che lo qualifica modernamente come soggetto attento al suo mantenimento, oltre le norme di legge che lo tutelano (divieto di fumo, limitazioni di alcolici alla guida, sistemi di protezione passivi sui veicoli a motori, vaccinazioni ecc.). Considerato quindi come protagonista, non solo soggetto passivo. In altre parole, un alleato dell’operatore sanitario, che sul proprio versante si occupa di fornire i mezzi tecnici necessari. Questa interpretazione completa il concetto di alleanza, richiamando il cittadino ad un’autotutela consapevole: l’osservanza delle prescrizioni di cura, dei controlli e di quanto sia utile all’attuazione di un programma di
cura che è condotto dal sanitario, ma portato a compimento dal paziente per quanto di sua competenza.
Un’osservazione: “responsabilità” è una parola per motivi storico-culturali poco sentita nella nostra società, se non come fattore sgradevole,
meglio se traslato su altri. Ma in un complesso socialmente organizzato, “gli altri” siamo noi, e lo scarico della responsabilità, portato agli ultimi termini, si risolve in un danno per l’intera collettività. Dal momento che la salute è comunque anche un bene personale, è ancor più giustificato che il cittadino assuma nei confronti di se stesso e delle persone di cui deve affettivamente e legalmente rispondere, una responsabilità gestionale a compimento dell’alleanza.
In sintesi, se è vero che il cittadino si è evoluto socio-culturalmente, lo è altrettanto ora che è sufficientemente maturo per prendere su di sé una quota di responsabilità nella gestione della propria salute, a conferma del passaggio da una dipendenza adolescenziale a una matura consapevolezza del proprio ruolo nella relazione medico-paziente.
Dario Betti

 

Personalmente reputo fondamentale una chiara esposizione al paziente per informarlo sulle sue necessità terapeutiche, sulle procedure che verranno applicate e sui materiali che verranno usati. Non penso che il medico abbia la responsibilità di far aumentare la “maturità culturale” del paziente tantomeno di ostentare la sua usando paroloni inutili. Chiarezza e onestà innanzitutto. Il discorso dell’alleanza porta il paziente a condividere il concetto di chiarezza e onestà per quanto gli compete, assumendo per se non solo il diritto alla salute, ma anche il dovere alla salute. La responsabilità che si chiede al paziente purtroppo è poco sentita nel nostro paese, dove si cerca spesso e volentieri la responasbilità negli altri.

 

Fabio Vernini

 

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